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Chi è a contatto con un cane o un bovino potrebbe avere sintomi più lievi da Covid-19: lo studio italiano

15 Aprile 2020 • di Simone Fabriziani
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Secondo un recente e prestigioso studio teorizzato da un team di scienziati italiani, chi ha un cane come animale domestico o ha contatti con un bovino potrebbe avere un rischio di insorgenza minore di contrarre il Covid-19 e con eventuali sintomi più attenuati rispetto alla media. Questa possibilità la rivela un team di ricerca guidato da scienziati dell'Università “Magna Græcia” di Catanzaro, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell'Università degli Studi di Milano, il Dipartimento di Scienze Biotecnologiche di Base, Cliniche Intensivologiche e Perioperatorie dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e del Dipartimento Scienze di Laboratorio e Infettivologiche presso la Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS.

 

immagine: NPS

Come si legge nel comunicato stampa dell'Università di Catanzaro, chi è a stretto contatto con un cane o addirittura chi lo è con i bovini può contrarre in futuro sintomi meno aggressivi del Covid-19 perché " gli epitopi immunoreattivi del coronavirus SARS-CoV-2 presentano un’elevata omologia con porzioni di proteine immunogeniche coinvolte nell’eziopatogenesi di alcuni coronavirus animali tassonomicamente correlati a SARS-CoV-2."

In parole povere, i ceppi di Coronavirus che circolano in Natura negli organismi di cani e bovini, presentano una somiglianza con il patogeno che ha causato l'insorgenza del nuovo ceppo Sars-Covid-19; il nostro sistema immunitario, sarebbe di fatti "forgiato" per riconoscerlo e in un certo senso, contrastarlo sulla base di simili principi reattivi.

 

immagine: Pexels

Visto che i coronavirus dei cani e dei bovini presentano una somiglianza con la proteina S ("Spike") del Sars-Covid-19, il sistema immunitario di chi ne è esposto potrebbe essere in grado di intercettare maggiormente il patogeno e attuare le difese necessarie per combatterlo e poi debellarlo.

Una teoria, quella del team capitanato da Paola Roncada, che ancora attende però conferma scientifica attraverso studi epidemiologici ad hoc, ma di certo i risultati dell'università italiana sembrano veramente affascinanti.

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