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Chiune Sugihara, il salvatore di ebrei…
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Chiune Sugihara, il salvatore di ebrei di cui quasi mai si trova traccia nei libri di storia

22 Dicembre 2018 • di Marco Renzi
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All'interno del panorama di eventi desolanti che hanno caratterizzato l'Olocausto, la storia ci ha consegnato testimonianze di azioni eroiche di persone che non sono rimaste a guardare. L'esempio forse più noto è Oscar Schindler, l'uomo d'affari reso celebre dal film di Steven Spielberg del 1993.

Esiste però anche uno "Schindler" giapponese che ancora inspiegabilmente appare di rado nelle cronache storiche riguardanti quel periodo. Chiune Sugihara, questo il suo nome, nel 1940 lavorava al consolato giapponese in Lituania, precisamente a Kaunas, città che ospitava una grande e florida comunità ebraica di circa 30.000 individui. Quando, tra il 1939 e il 1940, le cose iniziarono a mettersi male, il diplomatico decise di intervenire.

immagine: Wikipedia

Il primo effetto dell'aumento delle violenze fu l'arrivo di centinaia di rifugiati ebrei che scappavano dalla Polonia: le storie di distruzione e massacro che raccontavano facevano subito capire quale fosse la gravità della situazione.

Dopo l'annessione della Lituania da parte dell'Unione Sovietica, la comunità ebraica di Kaunas rimase intrappolata: da una parte erano pressati dall'avanzata dei Nazisti, dall'altra non potevano spostarsi sui territori orientali senza un visto per il viaggio. Molti rifugiati erano intenzionati ad arrivare nelle isole caraibiche olandesi di Curacao e Guiana, ma c'era bisogno di un visto di transito per l'Asia orientale.

immagine: Bonio/Wikimedia

Fu a quel punto che Sugihara intravedette una possibilità per dare un contributo sfruttando la sua posizione: la sua idea fu di fornire ai profughi dei visti per il Giappone, che avrebbero permesso loro di attraversare l'Unione Sovietica e di raggiungere poi i Caraibi.

Quando a tutti i diplomatici fu ordinato di lasciare la città, Sugihara chiese ai superiori di poter rimanere ancora in servizio ed illustrò loro il piano. La loro risposta però non fu positiva: non avendo garanzie che gli ebrei avrebbero effettivamente proseguito il viaggio dal Giappone ai Caraibi, si rifiutarono di concedere i viti di transito. A nulla valsero le sue suppliche e le sue spiegazioni sulla reale gravità della situazione.

Sugihara si trovò così a fronteggiare un dilemma: doveva rispettare gli ordini dei superiori come ogni buon cittadino giapponese, o doveva dare ascolto al suo cuore e alle decine di ebrei disperati che ogni giorno imploravano aiuto sotto il consolato?

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Il suo cuore ebbe la meglio: con l'aiuto di sua moglie Yukiko, Sugihara iniziò nell'estate del 1940 a rilasciare visti di transito ad una velocità quasi impossibile. Producevano documenti ad un ritmo di 300 al giorno – una quantità che normalmente avrebbe richiesto un mese di tempo per essere prodotta; lui lavorava notte e giorno, fermandosi a malapena per dormire o mangiare.

Quando il 1 settembre del 1940 il diplomatico fu costretto a partire, continuò a firmare e rilasciare visti anche mentre attendeva il treno sulla banchina. Pare addirittura che lasciò il timbro consolare ad uno degli ebrei che erano alla stazione, dicendogli di falsificare se necessario altri visti per la salvezza.

Dopo circa un anno dalla sua partenza i Nazisti presero Kahunas, deportando tutti gli ebrei che non erano riusciti fino a quel momento a fuggire.

Non sappiamo con esattezza quante vite abbia salvato Sugihara insieme a sua moglie, ma si stima abbiano rilasciato circa 6.000 visti, molti dei quali per intere famiglie (quindi il numero di individui salvati potrebbe essere ben più alto).

immagine: Unknown/Wikimedia

Sugihara pagò ovviamente a caro prezzo la sua "insubordinazione": imprigionato insieme alla moglie in Romania, venne poi riconsegnato al governo giapponese; fu privato dei titoli e degli incarichi, e costretto ad uno stile di vita molto umile, ben lontano dal tenore a cui era abituato come diplomatico. Solo nel 1984 la sua opera fu riconosciuta ufficialmente dallo Stato d'Israele.

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Nonostante ciò Sugihara non rimpianse mai quello che aveva fatto: contravvenire agli ordini era stato un imperativo morale ed etico, più forte di qualsiasi ubbidienza, di qualsiasi riconoscimento e di qualsiasi ricchezza a cui un uomo possa aspirare.

Tags: StoriaDossier
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