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Interrompere una vita per salvarne un'altra: la straziante scelta della ginecologa ad Auschwitz

24 Dicembre 2016 • di Giulia Bertoni
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Nel 1982, quando il terrore di quanto vissuto nei campi di concentramento nazisti si era ormai concluso, la ginecologa Gisella Perl (1907-1988) rilasciava un'intervista in cui rievocava gli anni passati all'interno di Auschwitz nella veste di internata-lavoratrice. Il giorno prima di ricevere un'onorificenza per l'aiuto che seppe fornire ad altre donne imprigionate lì, Perl disse: "Una volta uscita da Auschwitz, ogni volta che entravo in una sala parto mi rivolgevo a Dio e gli dicevo «Ricordati che mi devi ancora una vita, mi devi un bambino vivo». Ora vi spieghiamo il triste motivo di questa preghiera.

L'arrivo ad Auschwitz.

immagine: Gisella Perl

Gisella Perl era un ginecologa rumena che nel 1944 venne deportata ad Auschwitz dopo che i nazisti avevano invaso parte del suo paese. Una volta giunta al campo di concentramento, la donna, viste le sue abilità mediche, venne messa a lavorare nel reparto "maternità" del posto, trovandosi spesso a contatto diretto con Josef Mengele, il noto 'angelo della morte' responsabile di innumerevoli atrocità nei confronti dei deportati. Da Mengele, Perl ricevette l'ordine di riportare tutti i casi di gravidanza presenti all'interno del campo. La scusa era quella che alle donne in attesa sarebbe stata garantita una razione di cibo maggiore e il trasferimento in un luogo più caldo.

Purtroppo, però, la verità era un'altra: Perl apprese presto che per molte di loro la reale destinazione era il "padiglione ricerca" nel quale venivano sottoposte ai più indicibili esperimenti senza alcun tipo di anestesia. In sostanza, una volta spedite lì, per loro e i loro bambini non c'era via di scampo.

Il tragico eroismo di Gisella.

Nel titolo parliamo dell'altra faccia dell'essere una ginecologa ad Auschwitz poiché vi avevamo già parlato di un'altra donna, Stanisława Leszczyńska, che proprio lì svolse lo stesso mestiere di Gisella. Le due donne, però, presero decisioni diverse. Se Stanisława fece di tutto per aiutare le donne a partorire pur sapendo che esse e i loro bambini avevano un'alta probabilità di venire uccisi, Gisella s'impegnò a evitare che queste donne venissero portate nel blocco degli esperimenti. L'unico modo per riuscirci era aiutarle ad abortire.

Non tutte si rendevano conto che la storia del latte caldo e del cibo in più serviva solo a farle venire avanti (fra l'altro anche molte donne non incinte dichiararono di esserlo, tanto erano affamate), ma quando Gisella riusciva a parlare con loro prima che rivelassero il loro stato, molte acconsentirono a sottoporsi alla rischiosa operazione dell'interruzione di gravidanza. Gisella faceva tutto durante la notte, sul pavimento, e usando solo le sue mani.

A molti potrà sembrare un atto di crudeltà ma quello che riferì al riguardo lei stessa in seguito fa riflettere: "Nessuno potrà mai capire quanto fosse difficile per me operare quegli aborti, ma se non l'avessi fatto a morire sarebbero stati in due. Per questo decisi che dove lavoravo io non ci sarebbero state più donne incinte". Perl, infatti, sapeva bene quello che accadeva nel padiglione delle torture poiché coloro che sopravvivevano ad esse veniva poi mandati da lei per essere "curati".

Perl uscì viva da Auschwitz ma lì perse sia il marito che il figlio. Poco tempo dopo aver riguadagnato la libertà cercò di togliersi la vita e fu solo dopo aver passato un periodo in un convento in Francia che riuscì a riprendersi. Nel 1948 pubblicò un resoconto di quanto vissuto in quegli anni contenente testimonianze che combaciavano con quanto raccontato da altre persone che avevano svolto mansioni simili ad Auschwitz.

Tutte le loro storie servirono a dimostrare che quello che accadeva all'interno di questi luoghi infernali era vero e venne utilizzato durante i processi agli artefici dell'intero sistema dei campi di concentramento.

Tags: DonneStoria
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