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È la più grave strage avvenuta in Giappone negli ultimi 70 anni: perché nessuno ne ha parlato?

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A luglio del 2016 un uomo è entrato con un coltello nell'istituto Tsukui Yamayuriena, che ospita persone con varie disabilità alle porte di Tokio, uccidendo brutalmente 19 pazienti addormentati e ferendone altri 26.

Dopo il delitto, l'uomo si è costituito alla polizia giustificandosi semplicemente con la frase "è meglio che i disabili spariscano".

L'entità della tragedia è di quelle che dovrebbero passare alla storia: il massacro di massa più grave subito dal Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma perché nessuno ne ha parlato? Perché non abbiamo visto fiaccolate, hashtag o espressioni di cordoglio come per gli eventi di Parigi, Nizza, Orlando, Kabul o Baghdad?

La risposta va probabilmente cercata nello stigma sociale che ancora perseguita le persone disabili e le loro famiglie. Quello stigma che ha portato, agli inizi del 900, alla creazione di strutture specializzate per l'istituzionalizzazione. Prima di allora infatti questi individui vivevano nelle loro comunità, ma con l'avvento del progresso divenne prioritaria la capacità di lavorare e produrre.

I primi istituti però erano ben diversi da quelli odierni. Il loro scopo, come sosteneva l'educatore francese Edward Seguin che fu poi definito l'apostolo dei disabili, era quello di educarli all'apprendimento e di aiutarli ad inserirsi nel tessuto sociale in cui prima o poi erano destinati a tornare.

Con il tempo però la situazione cambiò. Gli istituti divennero di fatto un luogo in cui "parcheggiare" a vita questi figli infelici, esponendoli a qualsiasi tipo di sopruso (non mancano i casi di sperimentazione umana).

Bisognerà aspettare la metà del 20esimo secolo per veder nascere una cultura dell'inserimento, complice la diffusione di queste informazioni che spingeranno sempre più genitori a tenere i figli con sé, anche grazie a un aumentato supporto da parte delle istituzioni.

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Oggi la situazione è per fortuna piuttosto migliorata, anche se ancora non possiamo considerare superata l'emarginazione sociale o lavorativa.

Basti pensare che, per concludere da dove eravamo partiti, 19 persone sono state massacrate perché diverse e il mondo non ha quasi battuto ciglio; per non parlare della reazione delle famiglie: i parenti si sono rifiutati di riconoscere i corpi pur di non palesare di avere un disabile tra i famigliari.

Non solo senza hashtag, insomma, ma anche senza nome.

 

Tags: EticiStoria
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